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da VALERIA MORGANTINI
Scritto da Fabrizio   
mercoledì 29 agosto 2018

“LA TORTA GAIA” - AVVENTURA TEATRALE NEL CHACO BOLIVIANO

 

 E' passato più di un anno dalla “missione” in Bolivia e solo adesso riesco a scriverne.
Il tempo ha un effetto taumaturgico se si ha fede e pazienza. E quando i tempi sono
maturi, tutto si fa nitido.

 

 

 LA NASCITA DEL PROGETTO
La germinazione di accadimenti importanti viene sempre da molto lontano. I pensieri
aleggiano nel vento fino a che qualcuno non li raccoglie dando loro consistenza.
Una serie d'incontri fortunati senza i quali niente di tutto ciò sarebbe stato possibile.
Il primo di questi porta il nome di Francesca Favorido.
Insieme scriviamo “La Torta Gaia”, un libricino per bambini pubblicato nel 2010.
L'anno successivo, grazie ad alcuni suoi contatti, del libro, tradotto in spagnolo per
l'occasione, ne vengono acquistate 150 copie. Destinazione: Bolivia.
L'acquirente è il Centro Missionario Francescano della Toscana attivo in varie parti
del mondo.
L'idea iniziale è di recarmi nel Chaco boliviano per consegnare i libri ai bambini di
un centro di accoglienza di Camiri e leggere loro la storia utilizzando il Kamishibai,
un teatro da tavolo di origine giapponese.
E' il 2012 e a questo punto il progetto subisce una battuta d'arresto. Colui che avrebbe
dovuto sostenermi nella lettura, accompagnandomi musicalmente con la cetra,
all'improvviso e all'ultimo momento, si tira indietro ed io, affranta e delusa, decido di
rimandare la partenza a data da destinarsi.
Nel frattempo, anche all'interno della Missione avvengono dei cambiamenti. Fra
Giuseppe Caro succede a Fra Marco Sebastiani nell'incarico di responsabile del
Centro.
Per me è la svolta. Fra Beppe si rivela il mio secondo incontro fortunato.
L'appuntamento è a Firenze, nella sede del Centro Missionario, un posto bellissimo
sopra Piazzale Michelangelo. Mi viene incontro con il sorriso aperto e lo sguardo
pieno e luminoso di chi fa ciò per cui è nato. Ne vengo subito rapita.
Ma la partenza è ancora molto lontana. Cerchiamo il gruppo giusto al quale potermi
aggregare. Lo troviamo qualche anno dopo. Beppe mi mette in contatto con il
geologo Massimo, la moglie Scilla ed Enza, un'amica della coppia. I tre hanno in
programma di volare in Bolivia per un progetto legato all'approvvigionamento
dell'acqua. Così, dopo una lunga serie di telefonate e messaggi, nel luglio del 2016, a
Livorno, conosco quelli che, poco più tardi, saranno i miei compagni di viaggio.
L'intesa è immediata. Nonostante la diversità di programmi di lavoro, decidiamo di
condividere quest'esperienza. Il gruppo è formato.
Alla riunione, molto conviviale, partecipano anche Fra Beppe e Francesco Cosmi, il
terzo incontro fortunato.
Nato a Firenze, Francesco sceglie di tornare a vivere e lavorare in Bolivia, dopo
avervi fatto esperienza di missione, per amore di una donna guaranì (popolazione
indigena della zona e di altri stati dell'America Latina).
Basta questo a renderlo ai miei occhi una persona straordinaria.
Conoscendo bene risorse e problematicità del territorio e lavorando a stretto contatto
con i guaranì, sarà per noi guida allegra e amorevole sostegno.
Il progetto si amplia proprio grazie al confronto con Francesco. Oltre alla lettura
drammatizzata rivolta ai bambini di Camiri, decidiamo per la messa in scena de “La
Torta Gaia” e per la sua presentazione alla comunità guaranì di Santa Rosa. Sono al
settimo cielo.
IL KAMISHIBAI E LA NARRAZIONE A SOSTEGNO DEL SORRISO
DELL'UMANITA’
Arriviamo, così, al tanto atteso giorno della partenza: 27 dicembre 2016.
Dopo circa 14 ore di volo, con un cambio di aereo a Madrid, il 28 dicembre
sbarchiamo a Santa Cruz.
E' qui che, il giorno seguente, abbiamo l'onore di conoscere Padre Tarcisio Ciabatti.
Una vita, la sua, dedicata in gran parte alla Missione e a restituire dignità, autonomia
e voce al popolo guaranì. Senza ombra di dubbio, l'incontro fortunato numero quattro.
“Vorrei dire tante cose...ma...”, a questo punto a Tarcisio si spezza la voce dalla
commozione. Queste sono le parole con le quali ci ha salutato al termine del nostro
soggiorno e queste sono le parole che prendo a prestito. Non ne ho altre. L'AMORE,
quello vero, non si può dire e lui è AMORE.
Il mattino del 29 dicembre, con l'autista di fiducia alla guida di una jeep, Padre
Tarcisio ci accompagna a Camiri dove, nella casa di accoglienza “Hogar del Menor”,
sono attesa per la lettura animata de “La Torta Gaia”.
Il Centro è diretto magistralmente da Suor Grazia Cerri, un'autentica forza della
natura di una settantina di anni o forse più. La sua energia, la sua determinazione e la
sua benevola fermezza, fin da subito, suscitano in me autentica ammirazione.
La Casa ospita circa 60 ragazzi – orfani, abbandonati, maltrattati, abusati – dai 3 ai 18
anni.
Accompagnata da Scilla ed Enza, varco la soglia del Centro con la mia valigetta color
vermiglio (questo è l'aspetto che assume il Kamishibai quando è chiuso) e con un po'
di apprensione.
Pur lavorando da molti anni con i bambini e avendo avuto l'opportunità di leggere e
di fare spettacoli anche in ospedali pediatrici, luoghi dove la sofferenza è
inevitabilmente di casa, non mi sono mai avvicinata ad un'infanzia negata da violenze
così difficili da immaginare oltre che da raccontare.
Mi sento inadeguata. Il mio stomaco è in subbuglio o, come direbbe un guaranì, il
mio “stomaco trema”. Ma una volta appoggiato il Kamishibai sul tavolo della sala di
lettura, capisco che tutto sarebbe andato bene.
Che cos'è quella valigia che ha in sé la promessa di altro?! Gli occhi curiosi e
impazienti dei bambini reclamano che il mistero venga svelato.
E voilà! La valigia si trasforma magicamente in un teatrino da tavolo.
Davanti, i piccoli spettatori vedono sfilare le immagini della storia mentre io, da
dietro, la leggo.
Alzando di tanto in tanto lo sguardo, scopro nei bambini lo stupore e l'entusiasmo di
chi è letteralmente catturato da ciò che sta vedendo e ascoltando.
Con sollievo capisco che per loro non tutto è perduto. Sotto la cenere delle loro anime
zampilla ancora il fuoco della vita.
E se è vero che la parola è verbo creatore, allora la narrazione, qualunque forma
assuma, diventa capace di guarire dal dolore, di far sognare l'impossibile, di
comunicare la possibilità di un futuro, di svelare valori e creare relazioni.
La stessa parola che, con la sua dinamicità, la sua forza e la sua energia, credo mi
abbia condotta dritta dritta al mio quinto incontro fortunato: Benito Fernandez.
Grazie a Benito – docente universitario, educatore popolare, attivista per i diritti dei
popoli indigeni in Bolivia e per il diritto universale ad un'educazione pubblica di
qualità – scopro che il teatro, la lettura espressiva, il cartone animato sono alcuni
degli strumenti utilizzati dall'Educazione Popolare (EP).
Qui la parola diventa una parola di democrazia, una parola che per i guaranì è
addirittura un modo di essere, una parola che ha maggior valore di un accordo scritto,
una parola che fa quello che dice, una parola di coerenza e dunque, una parola etica.
Per questo, l'EP non s'impartisce. Al contrario, in quanto strategia pedagogica di
coscientizzazione e liberazione si mette al servizio dell'umanità per tirar fuori
(“ex-ducere”), per far emergere quell'unicità che è propria di ciascuno di noi.
Pur riconoscente a Benito per aver generosamente messo a mia disposizione del
materiale di approfondimento sull'EP, niente è valso quanto il farne esperienza
diretta.
IL TEATRO COME STRUMENTO DI EDUCAZIONE POPOLARE
Solo a cose fatte capisco che anche l'incontro con Heriberto Paredes Guiramusay è da
annoverare tra i miei incontri fortunati (il sesto).
“Vedrai, ti stupiremo”, mi dice Heriberto congedandosi dal nostro primo colloquio.
Il mio compito consiste nel coadiuvare la messa in scena de “La Torta Gaia”.
La compagnia teatrale con la quale sono chiamata a lavorare fa parte della “Escuela
de Musica y Arte Guarani'” di Santa Rosa de Cuevo, una comunità di persone di
origine e cultura guaranì.
Anche questa volta, i dubbi, le perplessità e le preoccupazioni sono tante. Come avrei
potuto collaborare alla realizzazione di questo progetto con il mio raffazzonato
spagnolo? Come avremmo potuto mettere in scena qualcosa di dignitoso in così poco
tempo (solo due giorni di lavoro insieme)? Saremmo riusciti a trasformare la nostra
diversità culturale in un punto di forza?
Più vedo Heriberto tranquillo e più io mi agito. I miei pregiudizi fanno capolino.
Il primo giorno di lavoro mi mostrano la riduzione teatrale della storia e il montaggio
delle scene. D'acchito ho l'arrogante tentazione di buttare tutto all'aria e ricominciare
daccapo. Un pensiero malsano e iniquo che, fortunatamente, non metto in atto. Ciò
che faccio, invece, è fermarmi, respirare e fare un passo indietro.
Non sono lì per trasferire la mia idea di spettacolo, sono lì per esserci. Da questo
momento in poi, tutto muta. Non più chi cura la regia e chi fa l'attore. Tutti siamo,
allo stesso tempo, registi e attori. Tutti facciamo parte dello stesso processo di
creatività collettiva. La barriera linguistica scompare. Insieme, e partendo dal fare, lo
spettacolo pian piano prende forma. Le modifiche e i cambi di direzione avvengono
in maniera naturale in quanto effetti positivi dell'imparare lavorando unitamente e in
autogestione.
Senza accorgermene, la condivisione scalza la preoccupazione egoica di non riuscire
a ben portare a termine il compito assegnatomi, mancando all'appuntamento con la
dimostrazione delle mie competenze e, dunque, del mio valore.
Ho impresse nella memoria le parole di Francesco Cosmi: “Lo so, qui sembra che
non si arrivi mai da nessuna parte e invece, poi, si arriva sempre dappertutto”.
Così, ogni cosa lentamente va al suo posto: la mia lettura della storia, eseguita con il
Kamishibai e accompagnata musicalmente dal violino di Heriberto; gli strabilianti
costumi fatti, davvero con niente, dagli stessi componenti della compagnia; la
recitazione assolutamente convincente di tutti gli attori.
Il giorno dello spettacolo tutta la comunità guaranì di Santa Rosa si raccoglie nello
spazio all'aperto, precedentemente allestito, antistante la scuola di musica e arte, per
assistere all'evento.
Lo spettacolo viene accolto con entusiasmo ed io vengo pervasa da un’intensa gioia.
Considero i giorni trascorsi in Bolivia e, in particolare, i due passati a Santa Rosa, tra
i più importanti della mia vita. Un'esperienza animica che mi ha ricordato che, se
vogliamo instaurare un dialogo autentico con chicchessia, è necessario sospendere il
giudizio e provare a mettersi nei panni dell'altro cercando di capirne le ragioni;
che, in quanto esseri umani, nessuno è immune dal pregiudizio (germe del razzismo)
e chi pensa il contrario o è ingenuo o in malafede;
che quando smettiamo di cercare la soluzione ad un problema, se ci affidiamo alla
vita, la soluzione viene a noi;
infine, che, se si è consapevoli e vigili, smascherare il Re nella sua nudità (faccio, qui,
riferimento al “El Rey Desnudo” di Benito Fernandez) può non essere così difficile.

 

Valeria Morgantini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 29 agosto 2018 )
 
Il 19 maggio 2011 moriva l'amico e fratello Don Rolando
Scritto da Fabrizio   
giovedì 10 maggio 2018

“…la morte non chiude la storia…” don Sirio

 

A sette anni dalla   morte di don Rolando  gli  Amici del popolo Guaranì ricordano con affetto e profonda gtatitudine  la sua persona e ne sentono la mancanza come di una luce carica di umanità che sapeva ascoltare, guidare e dare gioia..

 

La vita di don Rolando Menesini si spense   il 19 maggio 2011 all’ospedale di  Pisa dopo una  breve malattia.

 

Vogliamo  ringraziarlo per la sua  ferrea, affettuosa e costante  testimonianza cristiana che ha influito nella formazione  di tanti giovani che lo incontrarono nella loro inquieta ricerca di verità.

Lo ringraziamo per la limpidezza e l’aderenza alla vita dove calava ogni suo atto di   fede condividendo il dolore e la fatica nella promozione della dignità umana  .

 

Ci ha ricordato  il valore del lavoro attraverso il suo mestiere di fabbro che lo portò a ricercare a fianco di  don Sirio Politi   il dialogo puro del Vangelo. 

 

Vogliamo qui ricordare l’amicizia fraterna di Rolando  con padre Tarcisio di cui condivise l’amore e l’interesse per i più poveri, che lo portò in viaggio attraverso l’America Latina a conoscere le comunità del popolo Guaranì  per sostenerle costantemente nel tempo.

 

Pubblichiamo  un ricordo di don Rolando attraverso le parole con cui  don Luigi Sonnenfeld   tracciò   un   incisivo ritratto il giorno dell’estremo saluto che la Chiesa  di Lucca   tributò   a Rolando e  il messaggio di Padre Tarcisio che, con commossa partecipazione,  ci inviò  dalla Bolivia.

 

 

 

Omelia celebrativa pronunciata da don Luigi Sonnenfeld per il funerale di Don Rolando Menesini nella Cattedrale di Lucca.   

Nella celebrazione della Messa, questa prima parte è dedicata all'ascolto e cioé all'intreccio tra le storie che la Bibbia ci racconta e la vita di ciascuno di noi perché prenda corpo la Parola di Dio e continui oggi la Sua storia di amore con noi e per noi.

Quindi, ciò che ora è chiesto di fare a noi, Chiesa di Lucca riunita intorno al Vescovo, è cercare di leggere l'esistenza terrena di don Rolando Menesini (come di ogni figlia e figlio di Dio che conclude la sua parabola sulla terra), perché ci aiuti a rinnovare l'incontro con il Dio che si fa creatura umana aprendoci la via dell'eterna salvezza. Come la stella cometa guidò i Magi alla grotta di Betlemme e all'adorazione del Bambino, così quelle stelle che, come Rolando, percorrono il loro arco di vita illuminando di speranza e di affetto la nostra vita umana, sono altrettante guide per noi per conoscere dove nasce Gesù oggi, in questo nostro mondo.

Don Rolando, entrato in seminario da bambino con i pantaloni corti, è passato attraverso la stessa formazione di tutti i preti, ma come è accaduto a diversi suoi confratelli ha portato nella sua vita un senso di inquietudine che nasceva da una fondamentale onestà nel porsi di fronte alla fede e alla vita accettando la fatica di coniugarle entrambe senza cercare scorciatoie o soluzioni di comodo.

Nell'esile figura vestita della talare degli anni giovanili, i suoi occhiali d'oro (dono per la messa novella del padre e del fratello) portati con qualche imbarazzo, si manifestava, fin dall'inizio del suo ministero, la caratteristica struttura dell'intellettuale. Nutrito dalla lettura continua di libri sia di carattere teologico che letterario, ha sviluppato da giovane una vasta cultura che gli ha aperto le grandi linee di ricerca dei problemi dell'umanità. E' stata prima di tutto questa sete di conoscere il mondo delle idee oltre gli steccati ideologici e dottrinali che lo ha portato in seguito a simpatizzare con il mondo degli ultimi, a partire dalle prostitute del Bastardo per passare attraverso le durissime condizioni di lavoro delle fabbriche degli anni '50, la vita poverissima eppure così dignitosa degli orfani di Assella in Etiopia come degli indios Guaranj in Bolivia, fino ai portatori di handicap qui da noi.

Basilare in questa formazione continua dell'uomo Rolando e quindi del credente, fu l'incontro con un medico. L'occasione venne da una malattia che colpi il giovanissimo prete mentre svolgeva il servizio di assistenza spirituale al numeroso gruppo di sfollati dal Polesine colpito da una gravissima inondazione. Gli sfollati furono ospitati in modo del tutto spartano nei locali appena dismessi della sezione “infantile” dell'Ospedale Psichiatrico di Maggiano e don Rolando, che ne condivideva la vita, fu visitato dal medico di guardia del manicomio, il dottor Giovanni Battista Giordano. Il medico si presentò con una frase in latino; Rolando completò, sempre in latino, la citazione: fu amore a prima vista. Che neppure la morte del dott. Giordano, alcuni anni fa, ha spezzato.

Il prete incontrò lo scienziato che viveva – nella consapevolezza della scienza - il disagio della fede. Lo scienziato incontrò il prete che viveva – nella consapevolezza della fede – il disagio della scienza. Le rispettive inquietudini invece di sommarsi, espressero il meglio della loro positività. Rolando, incoraggiato dalla amicizia e dalla serietà del dott. Giordano, ampliò le sue letture fin oltre gli stretti limiti della disciplina ecclesiastica e imparò a guardare – attraverso i libri – il mondo oltre i sacri steccati.

Fu ugualmente un approccio di tipo culturale che, sull'onda delle letture del Cardinale Suhard e dei primi pretioperai francesi come di Charles De Foucauld, René Voillaume e dei Piccoli Fratelli, lo portò all'incontro determinante della sua vita con don Sirio Politi.

Ne scaturì un progetto di vita insieme, in una testimonianza che avrebbe unito il mondo della scuola e quello del lavoro nella piccola Chiesetta del Porto di Viareggio. Progetto ritenuto troppo ardito e di impatto destabilizzante per la chiesa locale, ma ugualmente dimensionato in una comunità di vita e di lavoro che fiorì a Bicchio tra il 1965 e il 1972 nella ricchezza di una compresenza di maschile e femminile, adulti e generazioni più giovani, vita comune e insieme libero respiro della coscienza personale.

Una pagina di storia che ha ancora cose da dire e suggerire, non solo alla nostra chiesa, ma anche alla ricerca umana di autenticità, crescita e libertà.

La morte di don Sirio il 19 (la stessa data...) febbraio 1988 (anche lui, come Rolando, non si è più risvegliato dopo un'operazione a Pisa), spinse Rolando a cercare una propria dimensione di vita. Dopo oltre 25 anni di parrocchia a Bicchio, si traferì a Lucca e le vicende sono già più sotto i nostri occhi.

L'inquietudine della ricerca di portare avanti insieme la fede e la vita aveva dato a lui alcune risposte convincenti. Aveva potuto sentire la gioia di essere povero tra i poveri. Di poter gustare il giusto orgoglio di non campare di religione, ma del lavoro delle mani sulla linea di S. Paolo. Era davvero possibile essere uomo tra gli uomini e insieme lasciarsi plasmare dal sogno di Dio.

E come il fuoco, quando ha preso bene e arroventato le pareti del camino consuma i ciocchi anche i più grossi, ha espresso il meglio di sé nel calore delle relazioni umane, nella comprensione e nell'incoraggiamento a lasciarsi andare ai gesti semplici dell'amore e della condivisione.

Gli abbiamo voluto bene perché lui ci ha voluto bene.

Ora siamo posti di fronte alla nostra responsabilità. Come raccogliere nella nostra vita di Chiesa e in quella di credenti, tutto ciò che abbiamo raccolto e vissuto con Rolando? Come dare spazio nel cuore delle nostre scelte e dei nostri impegni alla Comunione dei Santi che ci rende una cosa sola con Rolando in Dio?

Come vivere il disagio e l'inquietudine del tempo presente perché sia – come per Rolando – spinta per una ricerca di vita, mai lineare ma sempre aperta alla speranza?

Accostiamoci all'altare e, obbedienti all'invito del Salvatore, diciamo le parole e compiamo i gesti che lui ci ha lasciati come Sua Memoria viva. Il segno del pane e del vino che condivisi, divengono il segno della presenza e dell'amore di Gesù, ci aiuti a confidare nel fatto che non è vero che quello che sparisce ai nostri occhi, non c'è più.

La vita è continua trasformazione e a noi è chiesto di affidarci e fidarci della vita che muore per nascere e per rinascere. Fino a formare in Cristo un solo corpo, oltre ogni morire.

  

                                                                                         don Luigi Sonnenfeld 



 

Tarcisio dalla Bolivia:

 

TORNA PRESTO!”

 

Le ultime parole e l’abbraccio forte forte ...come un indovinare...

 

Cari Amici, che come fratelli ci siamo scambiati e moltiplicati con sentimenti comuni,

 la consegna”, come quella del “lampionaio” del Piccolo Principe, che disegnata

dall’amico Franco Anichini, Rolando teneva accanto al letto, é data ora

ad ognuno di noi per la continuitá e la moltiplicazione...

 

Che fortuna averlo incontrato e condiviso il suo cuore grande come la casa,

 sempre aperta,  dove non è mai mancato il pane della madia e dell’amicizia

sotto l’emblematico ferro battuto di “poche storie!”...  testamento per tutti noi.

 

Mi sarebbe garbato ascoltare insieme a voi don Luigi... 




Il lampionaio

 

 

Il quinto pianeta era molto strano. Vi era appena il posto per sistemare un lampione e l'uomo che l'accendeva. Il piccolo principe non riusciva a spiegarsi a che potessero servire, spersi nel cielo, su di un pianeta senza case, senza abitanti, un lampione e il lampionaio.
Eppure si disse:
" Forse quest'uomo è veramente assurdo. Però è meno assurdo del re, del vanitoso, dell'uomo d'affari e dell'ubriacone. Almeno il suo lavoro ha un senso. Quando accende il suo lampione, è come se facesse nascere una stella in più, o un fiore. Quando lo spegne addormenta il fiore o la stella. E' una bellissima occupazione, ed è veramente utile, perché è bella ".
Salendo sul pianeta salutò rispettosamente l'uomo:
" Buon giorno. Perché spegni il tuo lampione? "
" E' la consegna " rispose il lampionaio. " Buon giorno ".
" Che cos'è la consegna? "
" E' di spegnere il mio lampione. Buona sera ".
E lo riaccese.
" E adesso perché lo riaccendi? "
" E' la consegna ".
" Non capisco ", disse il piccolo principe.
" Non c'è niente da capire ", disse l'uomo, " La consegna è la consegna. Buon giorno ". E spense il lampione.
Poi si asciugò la fronte con un fazzoletto a quadri rossi." Faccio un mestiere terribile. Una volta era ragionevole. Accendevo al mattino e spegnevo alla sera, e avevo il resto del giorno per riposarmi e il resto della notte per dormire... "
" E dopo di allora è cambiata la consegna? "
" La consegna non è cambiata ", disse il lampionaio, " è proprio questo il dramma. Il pianeta di anno in anno ha girato sempre più in fretta e la consegna non è stata cambiata! "
" Ebbene? " disse il piccolo principe.
" Ebbene, ora che fa un giro al minuto, non ho più un secondo di riposo. Accendo e spengo una volta al minuto! "
" E' divertente! I giorni da te durano un minuto! "
" Non è per nulla divertente ", disse l'uomo.
" Lo sai che stiamo parlando da un mese? "
" Da un mese? "
" Sì. Trenta minuti: trenta giorni! Buona sera ".
E riaccese il suo lampione.
Il piccolo principe lo guardò e sentì improvvisamente di amare questo uomo che era così fedele alla sua consegna. Si ricordò dei tramonti che lui stesso una volta andava a cercare, spostando la sua sedia. E volle aiutare il suo amico:
" Sai... conosco un modo per riposarti quando vorrai... "
" Lo vorrei sempre ", disse l'uomo.
Perché si può essere nello stesso tempo fedeli e pigri.
E il piccolo principe continuò:
" Il tuo pianeta è così piccolo che in tre passi ne puoi fare il giro. Non hai che da camminare abbastanza lentamente per rimanere sempre al sole. Quando vorrai riposarti camminerai e il giorno durerà finché tu vorrai ".
" Non mi serve a molto ", disse l'uomo. " Ciò che desidero soprattutto nella vita è di dormire ".
" Non hai fortuna ", disse il piccolo principe.
" Non ho fortuna ", disse l'uomo. " Buon giorno ".
E spense il suo lampione.
Quest'uomo, si disse il piccolo principe continuando il suo viaggio, quest'uomo sarebbe stato disprezzato da tutti gli altri. Tuttavia è il solo che non mi sembri ridicolo. Forse perché si occupa d'altro che non di se stesso.
Ebbe un sospiro di rammarico e si disse ancora:
Questo è il solo di cui avrei potuto farmi un amico. Ma il suo pianeta è veramente troppo piccolo. Non c'è posto per due...
Quello che il piccolo principe non osava confessare a se stesso, era che di questo pianeta benedetto rimpiangeva soprattutto i suoi millequattrocentoquaranta tramonti nelle ventiquattro ore.

 

Don Rolando

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 


Ultimo aggiornamento ( giovedì 10 maggio 2018 )
 
foto del Che in Bolivia
Scritto da Fabrizio   
mercoledì 28 marzo 2018

http://www.amicidelpopologuarani.org/gallery/gallery2/main.php?g2_itemId=594&g2_page=1

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 28 marzo 2018 )
 
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