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da VALERIA MORGANTINI PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabrizio   
mercoledì 29 agosto 2018

“LA TORTA GAIA” - AVVENTURA TEATRALE NEL CHACO BOLIVIANO

 

 E' passato più di un anno dalla “missione” in Bolivia e solo adesso riesco a scriverne.
Il tempo ha un effetto taumaturgico se si ha fede e pazienza. E quando i tempi sono
maturi, tutto si fa nitido.

 

 

 LA NASCITA DEL PROGETTO
La germinazione di accadimenti importanti viene sempre da molto lontano. I pensieri
aleggiano nel vento fino a che qualcuno non li raccoglie dando loro consistenza.
Una serie d'incontri fortunati senza i quali niente di tutto ciò sarebbe stato possibile.
Il primo di questi porta il nome di Francesca Favorido.
Insieme scriviamo “La Torta Gaia”, un libricino per bambini pubblicato nel 2010.
L'anno successivo, grazie ad alcuni suoi contatti, del libro, tradotto in spagnolo per
l'occasione, ne vengono acquistate 150 copie. Destinazione: Bolivia.
L'acquirente è il Centro Missionario Francescano della Toscana attivo in varie parti
del mondo.
L'idea iniziale è di recarmi nel Chaco boliviano per consegnare i libri ai bambini di
un centro di accoglienza di Camiri e leggere loro la storia utilizzando il Kamishibai,
un teatro da tavolo di origine giapponese.
E' il 2012 e a questo punto il progetto subisce una battuta d'arresto. Colui che avrebbe
dovuto sostenermi nella lettura, accompagnandomi musicalmente con la cetra,
all'improvviso e all'ultimo momento, si tira indietro ed io, affranta e delusa, decido di
rimandare la partenza a data da destinarsi.
Nel frattempo, anche all'interno della Missione avvengono dei cambiamenti. Fra
Giuseppe Caro succede a Fra Marco Sebastiani nell'incarico di responsabile del
Centro.
Per me è la svolta. Fra Beppe si rivela il mio secondo incontro fortunato.
L'appuntamento è a Firenze, nella sede del Centro Missionario, un posto bellissimo
sopra Piazzale Michelangelo. Mi viene incontro con il sorriso aperto e lo sguardo
pieno e luminoso di chi fa ciò per cui è nato. Ne vengo subito rapita.
Ma la partenza è ancora molto lontana. Cerchiamo il gruppo giusto al quale potermi
aggregare. Lo troviamo qualche anno dopo. Beppe mi mette in contatto con il
geologo Massimo, la moglie Scilla ed Enza, un'amica della coppia. I tre hanno in
programma di volare in Bolivia per un progetto legato all'approvvigionamento
dell'acqua. Così, dopo una lunga serie di telefonate e messaggi, nel luglio del 2016, a
Livorno, conosco quelli che, poco più tardi, saranno i miei compagni di viaggio.
L'intesa è immediata. Nonostante la diversità di programmi di lavoro, decidiamo di
condividere quest'esperienza. Il gruppo è formato.
Alla riunione, molto conviviale, partecipano anche Fra Beppe e Francesco Cosmi, il
terzo incontro fortunato.
Nato a Firenze, Francesco sceglie di tornare a vivere e lavorare in Bolivia, dopo
avervi fatto esperienza di missione, per amore di una donna guaranì (popolazione
indigena della zona e di altri stati dell'America Latina).
Basta questo a renderlo ai miei occhi una persona straordinaria.
Conoscendo bene risorse e problematicità del territorio e lavorando a stretto contatto
con i guaranì, sarà per noi guida allegra e amorevole sostegno.
Il progetto si amplia proprio grazie al confronto con Francesco. Oltre alla lettura
drammatizzata rivolta ai bambini di Camiri, decidiamo per la messa in scena de “La
Torta Gaia” e per la sua presentazione alla comunità guaranì di Santa Rosa. Sono al
settimo cielo.
IL KAMISHIBAI E LA NARRAZIONE A SOSTEGNO DEL SORRISO
DELL'UMANITA’
Arriviamo, così, al tanto atteso giorno della partenza: 27 dicembre 2016.
Dopo circa 14 ore di volo, con un cambio di aereo a Madrid, il 28 dicembre
sbarchiamo a Santa Cruz.
E' qui che, il giorno seguente, abbiamo l'onore di conoscere Padre Tarcisio Ciabatti.
Una vita, la sua, dedicata in gran parte alla Missione e a restituire dignità, autonomia
e voce al popolo guaranì. Senza ombra di dubbio, l'incontro fortunato numero quattro.
“Vorrei dire tante cose...ma...”, a questo punto a Tarcisio si spezza la voce dalla
commozione. Queste sono le parole con le quali ci ha salutato al termine del nostro
soggiorno e queste sono le parole che prendo a prestito. Non ne ho altre. L'AMORE,
quello vero, non si può dire e lui è AMORE.
Il mattino del 29 dicembre, con l'autista di fiducia alla guida di una jeep, Padre
Tarcisio ci accompagna a Camiri dove, nella casa di accoglienza “Hogar del Menor”,
sono attesa per la lettura animata de “La Torta Gaia”.
Il Centro è diretto magistralmente da Suor Grazia Cerri, un'autentica forza della
natura di una settantina di anni o forse più. La sua energia, la sua determinazione e la
sua benevola fermezza, fin da subito, suscitano in me autentica ammirazione.
La Casa ospita circa 60 ragazzi – orfani, abbandonati, maltrattati, abusati – dai 3 ai 18
anni.
Accompagnata da Scilla ed Enza, varco la soglia del Centro con la mia valigetta color
vermiglio (questo è l'aspetto che assume il Kamishibai quando è chiuso) e con un po'
di apprensione.
Pur lavorando da molti anni con i bambini e avendo avuto l'opportunità di leggere e
di fare spettacoli anche in ospedali pediatrici, luoghi dove la sofferenza è
inevitabilmente di casa, non mi sono mai avvicinata ad un'infanzia negata da violenze
così difficili da immaginare oltre che da raccontare.
Mi sento inadeguata. Il mio stomaco è in subbuglio o, come direbbe un guaranì, il
mio “stomaco trema”. Ma una volta appoggiato il Kamishibai sul tavolo della sala di
lettura, capisco che tutto sarebbe andato bene.
Che cos'è quella valigia che ha in sé la promessa di altro?! Gli occhi curiosi e
impazienti dei bambini reclamano che il mistero venga svelato.
E voilà! La valigia si trasforma magicamente in un teatrino da tavolo.
Davanti, i piccoli spettatori vedono sfilare le immagini della storia mentre io, da
dietro, la leggo.
Alzando di tanto in tanto lo sguardo, scopro nei bambini lo stupore e l'entusiasmo di
chi è letteralmente catturato da ciò che sta vedendo e ascoltando.
Con sollievo capisco che per loro non tutto è perduto. Sotto la cenere delle loro anime
zampilla ancora il fuoco della vita.
E se è vero che la parola è verbo creatore, allora la narrazione, qualunque forma
assuma, diventa capace di guarire dal dolore, di far sognare l'impossibile, di
comunicare la possibilità di un futuro, di svelare valori e creare relazioni.
La stessa parola che, con la sua dinamicità, la sua forza e la sua energia, credo mi
abbia condotta dritta dritta al mio quinto incontro fortunato: Benito Fernandez.
Grazie a Benito – docente universitario, educatore popolare, attivista per i diritti dei
popoli indigeni in Bolivia e per il diritto universale ad un'educazione pubblica di
qualità – scopro che il teatro, la lettura espressiva, il cartone animato sono alcuni
degli strumenti utilizzati dall'Educazione Popolare (EP).
Qui la parola diventa una parola di democrazia, una parola che per i guaranì è
addirittura un modo di essere, una parola che ha maggior valore di un accordo scritto,
una parola che fa quello che dice, una parola di coerenza e dunque, una parola etica.
Per questo, l'EP non s'impartisce. Al contrario, in quanto strategia pedagogica di
coscientizzazione e liberazione si mette al servizio dell'umanità per tirar fuori
(“ex-ducere”), per far emergere quell'unicità che è propria di ciascuno di noi.
Pur riconoscente a Benito per aver generosamente messo a mia disposizione del
materiale di approfondimento sull'EP, niente è valso quanto il farne esperienza
diretta.
IL TEATRO COME STRUMENTO DI EDUCAZIONE POPOLARE
Solo a cose fatte capisco che anche l'incontro con Heriberto Paredes Guiramusay è da
annoverare tra i miei incontri fortunati (il sesto).
“Vedrai, ti stupiremo”, mi dice Heriberto congedandosi dal nostro primo colloquio.
Il mio compito consiste nel coadiuvare la messa in scena de “La Torta Gaia”.
La compagnia teatrale con la quale sono chiamata a lavorare fa parte della “Escuela
de Musica y Arte Guarani'” di Santa Rosa de Cuevo, una comunità di persone di
origine e cultura guaranì.
Anche questa volta, i dubbi, le perplessità e le preoccupazioni sono tante. Come avrei
potuto collaborare alla realizzazione di questo progetto con il mio raffazzonato
spagnolo? Come avremmo potuto mettere in scena qualcosa di dignitoso in così poco
tempo (solo due giorni di lavoro insieme)? Saremmo riusciti a trasformare la nostra
diversità culturale in un punto di forza?
Più vedo Heriberto tranquillo e più io mi agito. I miei pregiudizi fanno capolino.
Il primo giorno di lavoro mi mostrano la riduzione teatrale della storia e il montaggio
delle scene. D'acchito ho l'arrogante tentazione di buttare tutto all'aria e ricominciare
daccapo. Un pensiero malsano e iniquo che, fortunatamente, non metto in atto. Ciò
che faccio, invece, è fermarmi, respirare e fare un passo indietro.
Non sono lì per trasferire la mia idea di spettacolo, sono lì per esserci. Da questo
momento in poi, tutto muta. Non più chi cura la regia e chi fa l'attore. Tutti siamo,
allo stesso tempo, registi e attori. Tutti facciamo parte dello stesso processo di
creatività collettiva. La barriera linguistica scompare. Insieme, e partendo dal fare, lo
spettacolo pian piano prende forma. Le modifiche e i cambi di direzione avvengono
in maniera naturale in quanto effetti positivi dell'imparare lavorando unitamente e in
autogestione.
Senza accorgermene, la condivisione scalza la preoccupazione egoica di non riuscire
a ben portare a termine il compito assegnatomi, mancando all'appuntamento con la
dimostrazione delle mie competenze e, dunque, del mio valore.
Ho impresse nella memoria le parole di Francesco Cosmi: “Lo so, qui sembra che
non si arrivi mai da nessuna parte e invece, poi, si arriva sempre dappertutto”.
Così, ogni cosa lentamente va al suo posto: la mia lettura della storia, eseguita con il
Kamishibai e accompagnata musicalmente dal violino di Heriberto; gli strabilianti
costumi fatti, davvero con niente, dagli stessi componenti della compagnia; la
recitazione assolutamente convincente di tutti gli attori.
Il giorno dello spettacolo tutta la comunità guaranì di Santa Rosa si raccoglie nello
spazio all'aperto, precedentemente allestito, antistante la scuola di musica e arte, per
assistere all'evento.
Lo spettacolo viene accolto con entusiasmo ed io vengo pervasa da un’intensa gioia.
Considero i giorni trascorsi in Bolivia e, in particolare, i due passati a Santa Rosa, tra
i più importanti della mia vita. Un'esperienza animica che mi ha ricordato che, se
vogliamo instaurare un dialogo autentico con chicchessia, è necessario sospendere il
giudizio e provare a mettersi nei panni dell'altro cercando di capirne le ragioni;
che, in quanto esseri umani, nessuno è immune dal pregiudizio (germe del razzismo)
e chi pensa il contrario o è ingenuo o in malafede;
che quando smettiamo di cercare la soluzione ad un problema, se ci affidiamo alla
vita, la soluzione viene a noi;
infine, che, se si è consapevoli e vigili, smascherare il Re nella sua nudità (faccio, qui,
riferimento al “El Rey Desnudo” di Benito Fernandez) può non essere così difficile.

 

Valeria Morgantini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 29 agosto 2018 )
 
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