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I Guarani del chaco boliviano PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
sabato 17 marzo 2007

I GUARANI’ DEL CHACO BOLIVIANO

(Storia, ambiente, cultura, scuola, alimentazione)

 

La presenza delle prime popolazioni in territorio americano risale ad un periodo databile tra 15.000 e 10.000 anni fa. I Guaranì, in successive ondate migratorie si spostarono dalle regioni atlantiche del Sudamerica verso il Chaco Boliviano passando per il Paraguay e risalendo il corso dei fiumi. Tali migrazioni si intensificarono con l’arrivo e la successiva colonizzazione di Spagnoli e Portoghesi. I conquistatori arrivarono in Bolivia nel 1535.

I Guaranì cercavano nuove terre, rincorrendo il mito della “Terra senza male”, il luogo del riposo e della felicità, della festa e del mais, della pace e della tranquillità.

Nel corso dei secoli si opposero con tutti i mezzi alla colonizzazione spietata, furono tra quelli che più resistettero all’invasione dei conquistatori anche per il loro carattere indomabile (a loro piaceva farsi chiamare “senza padrone”); tuttavia la lotta per la libertà proseguì anche dopo la costituzione degli Stati indipendenti. L’ultima grande battaglia contro i pronipoti dei colonizzatori e i grandi proprietari terrieri, sostenuti dall’esercito boliviano, avvenne nel 1892 a Kurujuky, dove morirono migliaia di giovani in una lotta impari: frecce e archi contro armi da fuoco.

Da allora il popolo Guaranì ha vissuto umiliato, emarginato, senza terra, in condizioni di estrema povertà e spesso di schiavitù. Negli ultimi anni, con il lavoro portato avanti da alcuni francescani toscani assieme alle comunità, si è teso al recupero della dignità del popolo con l’aiuto di organizzazioni ed associazioni. Il Governo ha solo da poco riconosciuto l’A.P.G., Asamblea del Pueblo Guaranì, legittima rappresentante della popolazione.

Particolarmente importante è il lavoro portato avanti nel campo della salute e dell’istruzione, puntando sulle sviluppo delle risorse umane.

Il lavoro sulla lingua ha contribuito non poco a ridare fiducia e dignità ad un popolo disperso e confinato negli angoli più remoti e poveri del territorio. L’insegnamento bilingue (Spagnolo e Guaranì), autorizzato dal governo dopo tante battaglie, è un elemento essenziale per il recupero e il rafforzamento dell’identità del popolo. Molte energie sono state destinate a questa impresa. Si sono promosse campagne di alfabetizzazione, si è investito nella produzione di libri di testo in Guaranì e nella formazione del personale. Molti giovani, grazie anche alle borse di studio finanziate dalla cooperazione e dagli amici, hanno completato corsi universitari e adesso la scommessa è fare in modo che tutte queste risorse rimangano a disposizione delle comunità. Facendo leva sullo spirito di reciprocità caratteristico di queste popolazioni i ragazzi dei diversi villaggi o gruppi sparsi (spesso molto distanti tra di loro) frequentano le scuole situate in una comunità utilizzando forme convittuali (lo chiamano internato) presso le famiglie.

All’alimentazione provvedono le  famiglie stesse, anche organizzando mense collettive (le donne a turno fanno da mangiare); si praticano piccole produzioni scolastiche (orti). Un piatto caldo è garantito ma con tutti i problemi presenti nel territorio è un piccolo miracolo garantire ogni giorno un’ alimentazione minima. Peraltro occorre avere riguardo alla dieta. In questo senso molto apporto proviene dalle organizzazioni non governative e dalla chiesa ed è del tutto evidente quanto sia difficile tenere sotto controllo  il delicato equilibrio aiuto-autosufficienza.

La Bolivia, circa 4 volte l’Italia per estensione, ha oggi 9 milioni di abitanti, con una densità abitativa fra le più basse. Il 55% della popolazione è indigena, il 35% meticcia, il resto bianca.

La condizione di vita delle popolazioni indigene è miserevole in tutti gli Stati dell’America del sud e i massacri perpetrati nei secoli da parte dei bianchi, o causati dalle malattie portate da essi, ne hanno addirittura provocato la scomparsa (es. gli Yamanas della Terra del Fuoco, quelli che si dipingevano il viso in modo diverso per comunicare agli altri il loro umore). Un Popolo che scompare è una gravissima perdita per l’umanità anche sul piano culturale, eppure ancora oggi ci si preoccupa di più se scompare  una specie animale o un specie vegetale in Amazzonia, mentre i popoli che lì vivono sono fortemente a rischio di estinzione. La popolazione del Chaco è prevalentemente rurale ed organizzata in comunità.

Vi è nei Guaranì la conoscenza pratica della natura, della qualità della terra e delle possibilità del terreno, che è in accordo con le analisi scientifiche della moderna agronomia.

La situazione di notevole povertà è legata al tipo di economia, di sussistenza, associata alla mancanza di educazione sanitaria, all’analfabetismo e al basso livello di scolarità, alle precarie condizioni igieniche delle abitazioni e alla mancanza di risanamento ambientale. Un dato per tutti: la popolazione della Bolivia che dispone di acqua potabile  è pari al 55%,  con notevoli differenze tra aree urbane (78%) e rurali (22%). Tra le cause principali di morbilità e mortalità si annoverano la malnutrizione e la denutrizione cronica.

Il Chaco boliviano occupa l’ultimo declivio delle Ande verso l’oriente, una sequenza di colli e altipiani solcata da “quebradas” che nei mesi delle piogge si riempiono in modo torrenziale. I terreni alluvionali possono creare condizioni buone per l’agricoltura (specialmente per il mais), però nello stesso tempo le comunità si vedono obbligate a cambiare posto. L’acqua, per le caratteristiche del suolo, si disperde presto, tanto che per diversi mesi l’anno se ne soffre la mancanza.

La vegetazione è perciò cespugliosa e spinosa, ma nel bosco (monte)  si trovano anche alberi d’alto fusto,  importanti per l’utilizzo del legname e delle proprietà medicinali.

I popoli indigeni conoscevano bene le diversità ecologiche e le loro possibilità: dell’Algarrobo  si utilizza il frutto, soprattutto in assenza di mais, da cui si produce anche una specie di birra,  del Toboroche, strano albero dal tronco spinoso e grosso al centro, si usa il frutto che dà una specie di cotone, del Quebracho si usa il legno durissimo e rossastro, del Lapacho si utilizza una bacca, che, masticata,  rende bianchissimi i denti,  dalla corteccia incisa del tipa scaturisce il Sangre de drago, medicinale naturale. Tra gli arbusti si segnala la Karaguata, una specie di agave da cui si ricava una fibra tessile usata soprattutto per le borse,  mentre le piante da cui si estraggono medicine naturali sono numerose:  Manì, i cui semi danno anche una bevanda rinfrescante, la Nentina sapone cosmetico per capelli,  il Fiore della passione, le cui radici bollite danno un brodo diuretico, efficace anche per la pulizia degli occhi in caso di infezioni.

La fauna  comprende numerosi insetti fra cui la micidiale Vinchuca, che trasmette la malattia di Chagas, serpenti, uccelli, rospi, leone americano (puma), cinghiali, tigre  (in guaranì Yagua) alta fino a 80cm e di un metro e mezzo di lunghezza) . Un altro animale originario è l’Avestruz ( Yandu) della famiglia dello struzzo, di cui si trovano ancora esemplari nella zona sud, al confine con l’Argentina, pregiato per la carne e le uova molto grandi. Gli animali domestici sono essenzialmente quelli importati: cavalli, asini, galline, vacche, pecore.  Il cane è presente ovunque, ogni famiglia ne possiede almeno uno che divide  comunque la povertà.

La caccia e la pesca sono attività più di carattere ricreativo-religioso che di sfruttamento produttivo e si esercitano con grande rispetto dell’ecosistema. La pesca, praticata soprattutto nel rio Pilcomayo, è fonte di sostentamento per le comunità della zona (si pescano il Surubì, il  Dorado,…).

Fortunatamente tutte queste notizie hanno trovato attenzione  nei frati francescani, soprattutto  toscani, che dalla fine del ‘600 sono andati missionari in Bolivia. Fondamentale è stata l’opera di Fra Doroteo Giannecchini che arrivò in Bolivia nel 1860 e raccolse una ricca documentazione etnologica nel libro “Storia naturale, etnografia, geografia, linguistica del Chaco Boliviano.

Sebbene l’agricoltura sia l’attività principale, essa è arretrata e poco redditizia, per la scarsità di acqua (si usano lagune artificiali dette atajados), per la povertà del terreno e per la mancanza di investimenti adeguati. E’ presente ancora il latifondo e i grandi allevamenti impoveriscono e sottraggono terra, mantenendo in uno stato di estrema povertà e quasi schiavi i lavoranti, i peones, sotto padrone.

Le coltivazioni più importanti sono  mais (possiamo parlare di cultura Guaranì del mais),  grano (Trigo), legumi, zucche, piante da frutto quali Papaia, Durazno, arancio, melo, Platano (banano).  Tipica è la pianta della Chirimoya, il cui frutto, racconta Giannecchini,  assomiglia a quello del pino con squame, polpa bianca non compatta, divisa da semi, ma dal sapore squisito.

La canna da zucchero, molto diffusa nella zona di confine con l’Argentina, e anche nei dintorni di Santa Cruz, tanto che esiste una migrazione Guarani stagionale, serve in particolare per un dolce molto apprezzato dagli indigeni che si prepara facendo bollire il succo della canna cui si aggiungono pezzetti di arancia fino a che non si addensa.

Nella cultura Guaranì l’aspetto più rilevante, che possiamo definire profondo, religioso, è l’invitare, condividere (compartir) e distribuire. L’arete (la festa), l’areteguazu (la festa grande) , occupa la parte più importante della vita nel senso che bisogna visitare, invitare parenti e amici, rallegrarsi per il raccolto. L’interscambio degli alimenti è una espressione simbolica di reciprocità tanto che possiamo parlare di “linguaggio sociale, rituale” degli alimenti.

La festa è il punto di incontro  tra il cosmico e il sociale in cui il soprannaturale si fonde con il naturale. Si festeggiano il carnevale, il battesimo, la fine della siccità, eventi familiari. Nel caso di feste religiose possiamo assistere a vere e proprie migrazioni di popolo (romeria).

L’abbondanza del mangiare e del bere gioca un ruolo importante in queste occasioni dove tutti i sensi sono sollecitati: danza, canti, maschere… .

Per gli appuntamenti che “contano” non è raro che si ammazzi un animale (più frequentemente il chancho, il maiale); è il rito dell’asado (arrosto) per il quale si prepara un rudimentale braciere o una fossa nel caso di animali più grossi. La carne è accompagnata da patate e tuberi di yuca cotti sotto la brace.

Lo spirito di reciprocità sostiene anche la dinamica produttiva: spesso il raccolto è un fatto collettivo.

Il mais (ne esistono diverse varietà) è la base dell’alimentazione, serve a tutto: dal suo uso quando è ancora tenero in pannocchie a quando sarà macinato con il takù (grande mortaio) e poi tostato, cotto nel forno o sotto la cenere. 

Il mais occupa il centro della vita economica e sociale dei Guaranì.

Le donne  si qualificano nell’arte di masticare il mais che, fermentato  al punto giusto, diventa la bevanda sacra delle feste, la chicha che il “nostro dio” ci ha dato. Non c’è festa senza la chicha.

Con il mais non fermentato si prepara una bevanda rinfrescante.

I fagioli (kumanda), che si seminano insieme al mais, sono l’aggiunta ordinaria sia al mais spezzato e bollito a fuoco lento, sia al riso, anche questo coltivato seppure in minore quantità.

Molto diffuso è il locro (piatto unico che si prepara in certe occasioni come la visita di ospiti e amici), una minestra di mais, pezzetti di cipolla e zucca, carne di gallina. Il manì, brodo o minestra di arachidi (manì appunto), è un altro piatto tipico Guaranì.

Con la yuca si prepara il picadito de yuca, una minestra che si accompagna con mais bollito. Altre minestre di verdura sono il kaa (foglie di zucca cotte con fagioli, un pò di farina di mais e cipolla) e il chupi (ingredienti: burro, fagioli, zucca).

Il compito di cucinare è affidato alle donne che spesso passano molto tempo intorno alla olla (grande pentola o paiolo), sistemata sul fuoco, all’aperto, sotto una tettoia di frasche; terminato il pasto, fanno bollire i residui che diventano l’alimento degli animali domestici (non si butta via niente).

Molte ricette si sono perse però le donne Guaranì conservano ancora conoscenze importanti che riemergono specialmente durante le feste.

Anche questi aspetti culturali hanno risentito delle umiliazioni subite tanto da non essere considerati di valore e da preservare.

Quando si va a lavorare o si intraprende un viaggio si usa preparare il tapeque (farina di mais cotta accompagnata da carne secca).

Anche la semina delle zucche si accompagna a quella del mais e si conservano, dopo il raccolto, per la loro buccia dura. Le zucche durano vari mesi e resistono anche alle intemperie.

La yuka o mandioca in generale rimpiazza il pane e le patate, ma ci sono anche altri vari tubercoli  commestibili che loro conoscono.

Per la colazione il prodotto base è ancora il mais che si serve con il latte o burro e miele.

Sorseggiare la yerba mate (un infuso di erbe) è molto diffuso anche in Bolivia. Sull’altipiano il mate di coca è un buon antidoto contro i disturbi provocati dall’alta quota. Il mate in tutta l’America latina è un  fatto culturale.

In più punti si è fatto riferimento al rispetto della natura che hanno i Guaranì e all’uso parsimonioso che essi fanno delle risorse ambientali. Al riguardo è molto significativa la risposta che un  vecchio Guaranì, della zona dell’Issoso, dette al Padre Gabriele (un mitico gesuita scomparso recentemente) che gli domandò: “ che cos’è secondo te il peccato? ” Il vecchio Guaranì rispose raccontando una storia.

“Nella comunità scarseggiava il cibo così un giorno un uomo del villaggio prese il fucile e andò a caccia. Trascorsero molte ore e giorni finchè, sconsolato e deluso per non aver trovato niente, riprese il cammino di ritorno. Lungo il sentiero incontrò un altro cacciatore di una comunità vicina con una gazzella morta sulla spalla. L’uomo si impietosì, tagliò mezzo animale e lo regalò allo sfortunato cacciatore che molto contento accelerò il passo per arrivare presto al villaggio. Dopo non tanto cammino gli si parò davanti una splendida gazzella ed egli  non esitò ad ucciderla. Provò a trasportare entrambi gli animali ma non ci riuscì, allora decise di lasciare per terra la metà che gli era stata donata e proseguì il viaggio.

Ecco! Questo è il peccato” rispose il vecchio a Padre Gabriele.   

Gli interventi realizzati o in via di realizzazione a favore delle comunità Guaranì sono ormai tanti, ma  tante rimangono le difficoltà. La cooperazione internazionale vive una profonda crisi e il nostro Paese si distingue per l’esiguità dei finanziamenti. In tutto il mondo cosiddetto sviluppato si discute di quanto  innalzare la quota percentuale di Prodotto Interno Lordo da destinare alla solidarietà, invece in Italia si riducono gli stanziamenti.

Tra i “lavori in corso” si segnalano  le attività del Teko Guaranì (l’organismo che si occupa dell’istruzione)  e della  scuola di salute Tekove Katu di Gutierrez  che forma personale indigeno nei settori infermieristico, della nutrizione e dell’igiene ambientale (l’attività di questa scuola è coordinata da P. Tarcisio, un francescano che conosciamo direttamente). Questo lavoro è sostenuto anche dall’Organizzazione Panamericana di Salute. C’è un forte legame tra la scuola e le comunità: i giovani che la frequentano, di diverse etnie e provenienti da più Paesi, sono proposti dalle stesse. La scuola infatti è finalizzata all’acquisizione delle competenze ma anche alla valorizzazione e al rafforzamento della cultura dei popoli indigeni. In questo senso possiamo parlare di un intervento formativo in senso ampio. Molte conoscenze (tramandate in larghissima misura in modo orale) rischiano di perdersi. Perciò, recentemente, si è avviato un lavoro di ricerca antropologica per ricostruire, per quanto possibile, una mappa dei saperi. Questa ricerca è compiuta da giovani Guaranì che hanno una preparazione specifica, che si avvalgono anche di competenze esterne. Il rischio è che con la scomparsa dei più anziani sparisca tutto un mondo di conoscenza, di cultura. Come  Associazione Amici del Popolo Guarani  sosteniamo questo progetto, questo lavoro che ha anche una forte valenza simbolica perché si dimostra che c’è una possibilità concreta di cambiamento e una speranza di vita per le nuove generazioni.

 

Ultimo aggiornamento ( giovedý 22 marzo 2007 )
 
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